Avrei voluto scriverci la tesi nel lontano 2017. Avevo proposto l’idea al professore più adatto, quello che ti apre la mente con due frasi e ti fa vedere il mondo con l’occhio critico che serve in comunicazione. Ma era super impegnato. Fare la tesi con lui significava ritardare la laurea di tre mesi. E io, sinceramente, avevo fretta di finire.
Quella tesi non l’ho mai scritta. Però Black Mirror è rimasto lì, nel mio archivio mentale, come una notifica silenziosa che ogni tanto riappare. Adesso è uscita la settima stagione. E il primo episodio è un pugno nello stomaco — per chi lavora nel marketing, ancora di più.
Una breve trama, per chi non l’ha ancora visto: Mike e Amanda sono una giovane coppia. Lei va in coma, lui accetta una proposta disperata: un intervento sperimentale per impiantare una tecnologia nel cervello della moglie. Si tratta di RiverMind, una biotech company che, a pagamento, permette ad Amanda di tornare cosciente. Ma c’è un abbonamento di 300 dollari al mese da pagare. E man mano che la vita va avanti, emerge il meccanismo infernale: più paghi, più vivi. Meno paghi, più diventi un contenitore pubblicitario ambulante.
Tra i tanti temi dispotici, ce ne sono tre che mi hanno colpito in pieno come professionista della comunicazione 👇
Prima riflessione: Abbonamenti ovunque.
Ci avete fatto caso?Ormai tutto è in abbonamento.
E non solo: quello che era “base” l’anno scorso oggi è insufficiente. Obsoleto. Sfigato.
Vuoi un’esperienza “umana”? Upgrade.
Vuoi la libertà di spostarti? Upgrade.
Vuoi che tua moglie non entri in uno stato vegetativo a metà strada per il mare? Upgrade.
Il tema l’avevo già incontrato nel libro di Giulio Gambuto:
“Spegni questo c*o di telefono**” di Giulio Vincent Gambuto è una sveglia schietta: ci invita a riconoscere quanto le nostre giornate siano scandite da piattaforme, notifiche e… abbonamenti. La connessione, la musica, i file, i contenuti, la mente: tutto si paga a rate. E se smetti di pagare? Beh, come Amanda, ti addormenti. Sparisci.
Black Mirror lo esaspera, certo. Ma mica tanto. Io Netflix, tu Disney+, quell’altro NowTV, Prime, YouTube Premium, Spotify, Canva Pro, Notion AI, ChatGPT Plus. Anche l’acqua frizzante ormai ti propongono in abbonamento se vuoi ancora le bollicine.
Ma la cosa più inquietante è che ciò che ieri era “incluso”, oggi è un extra. Il pacchetto “Common” non basta più. Devi fare upgrade. Sempre. È la logica dell’insoddisfazione programmata.
Seconda riflessione: Le pubblicità ovunque. Anche dove non te le aspetti.
C’è un momento nell’episodio che mi ha fatto ridere. Amanda, la protagonista, si blocca e recita uno spot:
“Espresso grande. Chicchi tostati lentamente per un gusto più ricco e morbido.”
Sembrava una battuta. Poi ci ho pensato: anche noi viviamo così.
Io guardo pochissima tv, solo ultimamente ho ripreso a guardare a pranzo La Signora Fletcher su Rete 4 ed NCIS su Italia 1 a cena: questi due programmi comunque bastano per farmi avere la sensazione di essere bombardata dalle stesse pubblicità in loop. Da appassionata di Marketing, è inevitabile per me studiarle e analizzale ma l’entusiasmo e la curiosità durano poco. All’inizio sorridi, poi ti infastidisci. Poi inizi a odiare i prodotti. Perchè sono sempre le stesse!! Una forma di saturazione mentale che ci condiziona molto più di quanto immaginiamo. Ed è studiata così: per insinuarsi anche nei momenti di disconnessione.
(Curiosità: Amanda consiglia agli alunni gli Honey Nugs di Ditta, la stessa azienda dove lavora Maria nel secondo episodio. Brand placement narrativo. Geniale e disturbante.)
Aggiungo questa chicca: mentre cercavo info per scrivere questo articolo, mi sono imbattuto in due siti interessanti. Erano a pagamento.
Vuoi leggere? Abbonati.
E no, anche basta.
Terza riflessione: La monetizzazione dell’umiliazione.
Una delle cose che mi ha colpito di più dell’episodio è stata la scelta disperata di Mike di iscriversi a una piattaforma chiamata Dum Dummies, una sorta di social estremo in cui ti umili in diretta per soldi. E quando dico “umili”, intendo davvero umiliarti. Sì, anche infilarsi un sex toy nel sedere per ottenere abbastanza denaro da permettere alla persona che ami di non vivere mezza giornata in stato vegetativo.
Ecco, guardando quella scena ho pensato: ok, è una forzatura narrativa, ma non è così lontano dalla realtà come vorremmo pensare.
Perché la verità è che già oggi esistono piattaforme dove il corpo, la privacy, perfino il sonno vengono trasformati in contenuto monetizzabile.
Hai mai sentito parlare di sleep streaming?
Gente che va in diretta… dormendo. Letteralmente. Va a letto, piazza una camera, e la gente paga per guardarli russare ma paga soprattutto per svegliarli da luci forti, rumori fastidiosi o messaggi vocali inviati dagli spettatori!
Due nomi su tutti: Amouranth e Kai Cenat.
- Amouranth, modella molto nota anche su OnlyFans, ha dichiarato che solo su Twitch guadagna migliaia di dollari a notte. Se aggiungiamo i collegamenti con OnlyFans, arriva a incassare anche 15.000 dollari dormendo. Sì, hai letto bene. Dormendo.
- Kai Cenat, 23 anni, è diventato virale dopo aver fatto uno streaming live per un mese intero, 24 ore su 24. Durante quel periodo ha toccato 300.000 spettatori contemporanei. La gente lo guardava mangiare, parlare, dormire. Come se fosse un reality show… solo che non c’è una regia. È tutto vero. E tutto monetizzato. Alterna a questi contenuti, anche dirette live in cui invece NON DORME per notti intere.
E se ti chiedi perché qualcuno dovrebbe pagare per vedere un’altra persona dormire o deprivarla del sonno, la risposta più comune è:
“Per sentirsi meno soli”.
E lì ti fermi un attimo. Perché non è solo intrattenimento, è anche sintomo di un disagio profondo. La solitudine che diventa economia. L’intimità trasformata in contenuto.
Questa logica del pay per view esiste anche nei nostri feed, magari in forma più soft. Ma c’è. C’è in chi si sfinisce per views, in chi fa maratone, in chi cerca ogni giorno un’idea “diversa” per attirare attenzione, engagement, un like, una collaborazione. C’è in noi, anche quando non ce ne accorgiamo.
E allora Mike su Dum Dummies forse ci sembra estremo. Ma solo perché fa in 10 minuti quello che noi facciamo in sei mesi, un po’ alla volta. Con meno luci, con più filtri, ma con la stessa logica dietro.
Mi dispiace vedere che in tanti si sono fermati alla parte più spettacolare della puntata — l’impianto nel cervello — come se fosse quello il fulcro. Come se il vero tema fosse un futuro lontano, ipotetico, da film di fantascienza.
Il punto è che il futuro è già iniziato — e nessuno ce l’ha detto. Solo che, invece di impiantarci un chip, ci hanno dato una notifica. Una dashboard. Un abbonamento da rinnovare.
La cosa davvero inquietante non è la tecnologia. È quanto poco ci sia voluto per convincerci a diventare parte attiva di un sistema che monetizza le emozioni, rende la fatica un gioco a punti e trasforma perfino l’umiliazione in contenuto premium. E tutto questo succede mentre scorriamo un feed. Mentre cerchiamo “ispirazione”. Mentre clicchiamo “salva per dopo” su un post che non rivedremo mai.
Io quella tesi su Black Mirror non l’ho mai scritta. Ma a ben vedere, la sto scrivendo qui. Su LinkedIn. Gratis ovviamente. E probabilmente anche in abbonamento mentale da anni.
Se ti va, raccontami che ne pensi. Hai visto la puntata? Ti sei riconosciutə in qualcosa?
O stai ancora cercando quell’abbonamento che non ti chieda almeno un rene al mese?